16
MAR
2020

EDUCATORE_COVID19

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In questi giorni noi educatori siamo messi a dura prova.

Noi siamo i professionisti della relazione, siamo coloro che entrano in gioco quando i sistemi relazionali delle persone sono in crisi. Oggi ci troviamo di fronte ad una sfida perché ci dobbiamo chiedere più volte al giorno come fare ad aiutare qualcuno, a prenderci cura del suo benessere in termini relazionali, entrando in contatto con lui ma senza poterlo avvicinare, senza poterlo abbracciare o prendere in braccio, o tenere per mano, magari da dietro una mascherina.

La sfida ci impone di tenere come priorità le indicazioni sanitarie. Sanità. Cosa c’entra l’educazione con la sanità? E poi ancora: la salute personale e la sfera privata sono oggi più che mai strettamente connesse con la salute pubblica e la sfera della sanità nazionale, che come abbiamo ampiamente sentito non reggerà alla velocità con cui si sta espandendo il virus.
Temi questi che fanno anche paura.
Paura. Ecco la prima connessione.
Tutto ciò ha un impatto emotivo sulle persone. Su di noi in primis. Alcuni si sono fatti prendere dal panico, altri passano la giornata da un sito di informazione ad un altro, qualcuno prova a rimuovere.

Questo credo sia il primo dei livelli in cui poter e dover entrare e questo si deve fare soprattutto perché le nostre paure, le nostre emozioni, sono le stesse che stanno vivendo le famiglie di cui ci occupiamo. Stiamo vivendo un trauma collettivo e quindi è nostro compito interessarci di come stanno vivendo tutto questo le famiglie di cui ci occupiamo, di cosa stanno pensando, chiedendo loro come lo stanno affrontando e, perché no? Insegnando loro come non soccombere emotivamente: offrire loro ascolto, fornire loro un punto sicuro dentro queste oscillazioni continue. E gli educatori questo lo sanno fare anche da lontano e anche senza abbracciare.
Questa considerazione mi porta ad un secondo tema: quello delle regole di ingaggio relazionale. Noi sappiamo quali sono le modalità di ingaggio di una relazione educativa e le sappiamo anche modificare a seconda della situazione che ci troviamo di fronte, che sia una mamma con un bimbo piccolo, un adolescente arrabbiato con la vita, un figlio rifiutato, una donna maltrattata, un papà in difficoltà. E sono solo pochi esempi…quindi?  Quindi si tratta di prendere gli strumenti che conosciamo e usarli nella distanza imposta da questo momento e possiamo farlo attraverso le tecnologie che fortunatamente ci vengono in aiuto.

È il momento di sperimentare, di saper cogliere questa occasione (sì, come un’occasione) per legittimarsi ad usare le tecnologie, il mondo fluido dei social, per conservare le relazioni, per non far sentire la lontananza o almeno per provare a colmarla.

E poi curiamo il setting, anche se siamo a casa nostra e stiamo facendo una videochiamata. Attraverso quello schermo si gioca la nostra capacità di far capire all’altro quanto ci interessa in quel momento.
Mettiamo a tema con le nostre famiglie il tempo trascorso chiusi in casa. La bolla in cui tutti siamo, nostro malgrado, entrati e che ci fa dire ” E’ tutto surreale, non ci è mai capitato”.  Affrontiamo il tema della scansione del tempo delle giornate così profondamente stravolto, soprattutto facciamolo con i bambini e gli adolescenti, che hanno bisogno di sentire che ci sono ancora delle regole, che devono sapere che il mondo dei grandi non si è dimenticato di quanto ci sia bisogno di rituali e di abitudini che li fanno sentire sicuri.

Chiediamo loro che strumenti stanno mettendo in campo per sostenere questo cambiamento.
Potrebbero stupirci. Lasciamo, come sempre, lo spazio dentro di noi allo stupore di fronte alle risorse che le nostre famiglie in difficoltà sanno trovare e magari non sanno riconoscersi.
E poi quale migliore insegnamento possiamo dare loro nel non andare a casa loro oggi, ma trovare lo stesso il modo per star loro accanto e camminare al loro fianco anche adesso, accompagnandoli in questo singolare e tragico momento storico.
È una sfida e come tale va affrontata, ovvero con l’equipaggiamento corretto. Dobbiamo guardare dentro al nostro zaino, alla nostra cassetta degli attrezzi, e cercare con attenzione.  Se non c’è ciò che ci occorre facciamo come sempre: chiediamo consiglio ai colleghi, un confronto con la coordinatrice, cerchiamo esperienze fatte da altri.
Non so quanto durerà, ma so che non possiamo abdicare al nostro ruolo e sono convinta che impareremo come percorrere queste nuove strade e che accompagneremo le nostre famiglie a fare altrettanto.

Daniela Moles
Coordinatrice Servizio Integrato per la Famiglia e i Minori